Succulente: I vari generi

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La forma ed il portamento delle piante sono stati plasmati impercettibilmente, ma dinamicamente dall’ambiente e sono stati registrati nel codice genetico in modo da trasmettere alle future generazioni i cambiamenti intervenuti. Ogni specie si è adattata al clima in cui è capitato di vivere, crescere e moltiplicarsi, riuscendo a superare o ad aggirare gli ostacoli frapposti dalle situazioni più difficili.

Così, nel tempo, le forme si sono allungate, schiacciate, allargate, accorciate. Sono comparse spine a volte seghettate e terrificanti, linfe velenose, peli urticanti, viticci, ventose, ghiandole, radici aeree, fitte tomentosità e quant’altro è stato necessario inventare per sottrarsi alla fame  degli erbivori e degli insetti, per difendersi dal caldo e dal freddo eccessivi, modulando l’assorbimento e la traspirazione di acqua.

Uno dei più interessanti adattamenti è quello escogitato dalle piante grasse. La loro forma e la loro fisiologia sono studiate per vivere in zone aride, in situazioni estreme in cui le piante comuni morirebbero in poche ore.

Le leggi del processo evolutivo hanno fatto sì che molte famiglie di piante, completamente diverse tra di loro e originarie di zone lontane, si siano evolute con adattamenti simili, tanto da presentare aspetto e forma quasi uguali.

Vi sono ad esempio Euphorbiaceae ed Asclepiadaceae africane somiglianti alle Cataceae tipiche della flora americana. Alcune bromeliacee sembrano agavi e le Adenia, che sono Passifloraceae, hanno fusti succulenti e  tessuti adattati ad accumulare riserve d’acqua.

La distribuzione della piante grasse è assai vasta. Ogni continente ha sue succulente autoctone e sono molte le famiglie botaniche in cui si trovano specie che si possono definire tali anche in senso lato.

Le Agavaceae

Le Agavacee, sono monocotiledoni distribuite in particolare nelle zone aride del Messico e ai Carabi. Il nome, dal greco ‘agavòs’, significa ‘meraviglioso, magnifico’. Sono di solito formate da rosette di robuste foglie carnose e fibrose, spinose ai margini e in punta. Sono prive di fusto o con fusto cortissimo. Il diametro varia da pochi centimetri a circa 2 metri.  Le infiorescenze, a forma di spiga, compaiono sulla sommità di un lungo stelo che,  in alcune specie, può raggiungere la lunghezza di dieci metri. Molte, poi, dopo la prima ed unica fioritura, degenerano e muoiono come se la pianta, impegnando ogni energia nel processo di sopravvivenza della specie, ne rimanesse talmente stremata da morire.

Tipiche Agavaceae sono quelle ascritte al gen. Agave (circa 300 specie) e al gen. Sansevieria (60 specie).

Il primo viene suddiviso in tre sottogeneri: Euagave  (infiorescenza a pannocchia simile a candelabro), Littaea (infiorescenza in dense spighe), Manfreda (comprende specie erbacee che perdono le foglie d’inverno e rispuntano in primavere dalla base bulbosa). Alcune specie di agavi sono adatte ai giardini delle zone miti: A. ferox, A. americana, A. filifera, A.  trovirens, ecc.

Il genere Sansevieria era precedentemente inserito nella famiglia delle Haemodoraceae, nelle Liliaceae, poi nelle  Dracenaceae. Tra le specie più comuni vi sono: la S. zeylanica e  la S. guineensis, decorative per le striature gialle che compaiono lungo i margini delle foglie lunghe e rigide.

Le Aloaceae

Le Aloaceae, benché di origine africana, sono simili alle precedenti. Si trovano anche alle Canarie e nel Madagascar. Gli agavi e le aloe sono piante che, in climi affini, hanno sviluppato caratteristiche e aspetto analoghi per adattamenti evolutivi paralleli. Erano un tempo inserite nelle Liliacee (tribù Aloideae), famiglia poi smembrata. La denominazione proviene dal greco ‘Aloè’, ‘pianta fragrante,’. La famiglia comprende circa 180 specie. Molte sono piante prive di caule, costituite da un ciuffo di foglie basali. Altre hanno portamento arboreo e sono ampiamente ramificate. Il genere è complesso e presenta difficoltà di classificazione,  tanto che alcuni botanici lo hanno suddiviso in otto sezioni:

Eualoe (la più numerosa, con circa 150 specie), Aloinella (A. haworthioides), Leptoaloe e Pachydendron (A. africana, A. ferox), Dracoaloe (A. dichotoma), Aloidendron (A. bainesii), Sabaealoe (A. sabaea), Kumara (A. plicatilis). Le ultime cinque sezioni comprendono una sola specie ciascuna.

Le aloe più diffuse nei nostri giardini mediterranei appartengono quasi tutte alla sezione Eualoe. Tra di esse vi sono: la A. arborescens, la A. ciliaris, la A. variegata e la A. striata. Oltre al gen. Aloe, la famiglia annnovera altri generi minori, come i gen. Gasteria e Haworthia.

Le Apocynaceae

È una famiglia cosmopolita di circa 1300 specie, molto variabili in aspetto e in dimensioni. Ve ne sono di piccolissime, dal portamento erbaceo, altre dal portamento arbustivo, arboreo o rampicante. Quasi tutte contengono principi tossici.

Alcuni generi di Apocynaceae di origine africana sono succulenti, in particolare i gen. Pachypodium, Adenium e Plumeria.

Il gen. Pachypodium, è originario della Namibia, del Sud Africa e del  Madagascar. Si tratta di specie assai spinose conosciute come piante d’appartamento con il nome di ‘Palma del Madagascar’. Quelle più utilizzate sono: P. lamerei, P. baronii, P. bispinosum, P. namaquanum, ecc. Sviluppano fusti colonnari spinosi, sormontati da una rosetta di foglie al di sopra della quale compaiono grandi fiori decorativi.

Il gen. Adenium comprende piante il cui aspetto è simile a quello del comune oleandro per la forma delle foglie e dei fiori. Il tronco ed i rami però sono succulenti. Il portamento è elegante e bizzarro insieme, la fioritura, di un vivace colore rosa, è spettacolare.

Piante del gen. Plumeria abbelliscono i giardini delle zone climatiche caldo-temperate. Si ammirano in perenne fioritura all’esterno degli alberghi nelle isole Canarie. Con i fiori, gialli e bianchi, rossi e rosa, le ragazze hawaiane compongono le ghirlande che regalano ai turisti. Vengono chiamate anche ‘Frangipani’, dal nome di un nobile che nel medioevo seppe creare un’essenza la cui fragranza richiama il profumo di questi fiori.

Le Asclepiadaceae

Le piante grasse appartenenti a questa famiglia sono conosciute e diffuse, sia perché si prestano ad essere coltivate in vasi piccoli, sia perché hanno  fiori curiosi. Vi appartengono i generi Stapelia, Caralluma, Hoodia, Huernia, Ceropegia, Orbea, Tavaresia, ecc. Provengono dal Sud Africa, dalla penisola arabica e dall’India. Devono al termine ‘Asklepios’, dio greco della medicina, la loro denominazione. La famiglia include circa 200 generi e 2800 specie divise in due sottofamiglie: Periplocoideae e Cynanchoideae.

I fiori delle Asclepiadaceae succulente hanno colori isoliti, con contrasti tra il giallo ed il marrone, oppure sono color carne talvolta ricoperti di radi e vistosi peli. La forma è a stella a cinque punte e spesso emanano un odore sgradevole, funzionale all’impollinazione, poiché attira le mosche carnaie. Il vento diffonde poi i semi, immersi in batuffoli leggeri. Alcune specie sono commestibili: Brachyselma bingeri, Iscnolepsis tuberosa, Gymnema lactiferum, ecc.

Le Cactaceae

Le piante grasse per antonomasia appartengono alla famiglia delle Cactaceae. Molti generi di cactacee non hanno foglie, se non negli stadi giovanili, la fotosintesi avviene così sulla superficie dei tronchi ingrossati, diventati costoluti e scanalati proprio  per aumentarla. Quando la riserva d’acqua diminuisce, il turgore si riduce e le costole si avvicinano tra di loro. Altre cactacee hanno pieghettature a fisarmonica che si restringono e si allargano in relazione al loro  stato di idratazione.  Ve ne sono con fusti colonnari ingrossati, spesso ramificati a candelabro, o con tronchi globosi come quelli del ‘Sedile della suocera’ (Echinocactus grusonii).

Le cactacee delle zone più umide hanno prodotto  tronchi appiattiti che assomigliano a foglie grandi e robuste. Il fico d’India (gen . Opuntia)  ha pale che possono ridursi di spessore fino a cadere, per automutilazione, quando la riserva d’acqua viene esaurita. Vi sono Cactaceae dal portamento quasi rampicante, con fusti sottili che si aggrappano ai sostegni per mezzo delle spine (gen. Selenicereus, Hylocereus, Monvillea,  ecc.) o prostrato come le piante del gen. Aporocactus.

Quasi tutte le cactacee hanno una robusta corazza di spine, infatti il nome deriva dal greco ‘kaktòs’, cioè ‘pianta spinosa’. Le spine, a volte uncinate, seghettate e riunite in mazzetti divergenti, sono un deterrente convincente e nessun animale osa approfittare dei loro tessuti ricchi di acqua preziosa. Si garantiscono così la sopravvivenza.

Altre cactacee, oltre alle spine, hanno lunghi peli adatti a diminuire la traspirazione e a coibentare i fusti (gen. Cephalocereus, ecc.). Solo il genere Pereskia ha conservato vere foglie ed ha aspetto simile a quello delle piante comuni.

Le dimensioni dei cactus vanno da pochi centimetri di altezza e di diametro alle 10 tonnellate di peso e ai 25 metri di altezza  dei grandi saguari (gen. Carnegia) dell’Arizona o del Messico. Sono per la maggior parte di origine centro-americana, anche se naturalizzate in molte altre zone.

Alle Cactaceae sono ascritte  almeno 1700 specie suddivise in 132 generi ed in tre sottofamiglie: Pereskioideae, Opuntioideae e Cactoideae  (o Ceroideae). Alcune producono frutti commestibili: gen. Opuntia (Fico d’India), gen.  Hylocereus (Pithaya) e gen. Cereus. Quasi tutte hanno fiori molto decorativi.

 

Le Crassulaceae

Dalla denominazione del gen. Crassula, (dal latino: crassus, carnoso) prende il nome questa cosmopolita famiglia di piante, comprendente circa 1.300 specie distribuite in 20 generi. Molte vivono in condizioni di estrema siccità. Le rosette di foglie rigide e rigonfie sono protette da una speciale cuticola cerosa, che ne limita la traspirazione.

La famiglia comprende annuali, perenni erbacee ed arbustive. Alcune di queste ultime sono presenti nella nostra flora spontanea. Sono comunemente coltivate a scopo ornamentale le specie del gen. Crassula, Aeonium, Cotyledon, Sempervivum, Echeveria, Kalanchoe e Sedum.

 

Le Euphorbiaceae

Si tratta di piante velenose, conosciute fin dall’antichità tanto che la denominazione viene riferita ad Euphorbos, medico, vissuto in Mauritania nel I° secolo A. C. e scopritore dei loro principi velenosi. I fusti di molte specie sono succulenti e ricchi di linfa. La famiglia è vastissima, 326 generi con almeno 7.750 specie, con caratteristiche diversissime tra di loro. Il genere Euphorbia da solo ne comprende circa 1600, molte delle quali sono succulente. Queste piante, cosmopolite, sono particolarmente diffuse nel continente africano.

Vi sono euforbie succulente e spinose che hanno evoluto la forma colonnare, i fusti costoluti e scanalati, come nei cactus. Ve ne sono anche di forma globosa (Euphorbia obesa) con un aspetto del tutto analogo a quello dei famosi Echinocactus.

In Africa, la Euphorbia desmondii viene utilizzata per costruire recinzioni e barriere che proteggano da invasori e razziatori. Oltre alle spine questa specie è provvista di un lattice velenoso ed urticante, formidabili difese indirizzate verso gli erbivori di quegli habitat in cui il foraggio verde è piuttosto scarso.

Le Aizoaceae

Sono piccole piante di origine africana dalle foglie succulente e dai fiori colorati. Le specie sono circa 1100 divise in 100 generi. Piante del genere Mesembryanthemum sono diffuse nelle zone mediterranee ed utilizzate come grandi tappezzanti fiorite.

Le Lithops (80 specie) hanno forma di sassi o di pietre perciò sono chiamate ‘Pietre vive’: autentiche curiosità vegetali, la cui struttura serve a mimetizzarsi all’interno delle aridissime zone sassose in cui vivono.

La denominazione della famiglia deriva dal greco e significa ‘Senza vita’.

I generi Mesembryanthemum, Lampranthus, Delosperma e Aptenia hanno foglie carnose e lunghi fusti ramificati con portamento strisciante.

Norme colturali

Anche se ogni specie ha esigenze peculiari che vanno conosciute, vi sono regole generali da seguire per una buona e soddisfacente coltivazione delle piante grasse.

Il terriccio. Le succulente richiedono in genere terriccio privo di ristagni d’acqua, molto poroso e poco ricco di humus e di sostanze organiche. Ognuno si può fare il proprio mescolando i vari componenti nelle proporzione opportune. Una delle formule più usate è la seguente: 

  • 40-60% di terriccio universale
  • 40-50% di lava vulcanica finemente tritata o di agriperlite
  • !0% circa di sabbia ricca di quarzo (sabbia silicea)

Le proporzioni possono variare in relazione al genere ed alla provenienza delle varie specie in coltivazione. Quelle che provengono da zone desertiche esigono una scarsa presenza di humus ed una prevalenza di sostanze minerali. Le succulente originarie dalle foreste pluviali necessitano, invece, di substrati ricchi di materia organica.

In commercio, comunque, esistono composte di media composizione già pronte e concimate.

Annaffiature. Occorre prestare attenzione alle annaffiature: se sono eccessive possono causare marciumi, se troppo scarse, seccumi. D’inverno, e cioè da ottobre a marzo, si devono sospendere completamente. Si riprenderanno gradatamente e senza fretta da aprile in avanti. Durante il periodo estivo sarà necessario innaffiare con maggiore frequenza solo quando il pane di terra sarà completamente asciutto da almeno una settimana. Ogni tanto è opportuno aggiungere del concime liquido per piante grasse. 

Il metodo migliore per annaffiare è per capillarità (per immersione), ponendo il vaso in un recipiente con acqua. Quando anche la superficie sarà bagnata si potrà toglierlo. Le succulente sono sensibili al marciume al colletto. Se l’annaffiatura avviene dall’alto può accadere che l’acqua non raggiunga le radici profonde ma imbeva solamente lo strato superficiale del terriccio, provocando proprio marciumi.

Moltiplicazione. La moltiplicazione si ottiene per via vegetativa attraverso polloni e talee. Queste ultime devono essere preparate prendendo una porzione di fusto di alcuni centimetri (o di germoglio basale) dotate di apice vegetativo. La base della talea deve essere fatta asciugare all’ombra per almeno 5-10 giorni in modo la ferita dovuta al taglio cicatrizzi. Una pellicola protettiva impedirà così che si formino marciumi dovuti a malattie crittogamiche.  

Si interra la talea per qualche centimetro (in proporzione alla sue dimensioni). E’ necessaria una prima annaffiatura che serve per far aderire e compattare il terriccio ben alla superficie. In questo modo sarà stimolata l’emissione delle radici. Le successive annaffiature saranno effettuate a terriccio asciutto.

La riproduzione per seme è più difficile e lunga e spesso fallisce. A volte è però l’unico metodo praticabile per ottenere nuove specie poiché i semi possono essere spediti a grandi distanze, immagazzinati e conservati. Si utilizza una composta adatta sulla quale si dispongono le sementi, coperti poi da una piccola quantità della stessa e si annaffia leggermente. La germinazione è più rapida con seminiere a fondo riscaldato. Le piccole piante verranno poi rinvasate singolarmente in relazione alla loro crescita.

Esposizione. D’estate l’esposizione migliore, normalmente, è quella luminosa e calda. Molte tollerano sole diretto per parecchie ore al giorno. Altre, preferiscono la luce intensa, ma filtrata ed atmosfera secca.  All’aperto, durante l’estate cresceranno vivaci.  

D’autunno e d’inverno devono essere ricoverate in un ambiente luminoso e fresco, oppure in una piccola serra da balcone. La scelta sarà in relazione alla propria zona climatica. Moltissime di queste sopportano +5 °C, purché non vengano innaffiate, ma è bene rimanere dai 10 ai 13 °C. Per evitare che crescano in modo asimmetrico, perché illuminate sempre dalla stessa direzione, è necessario ruotarle regolarmente.

Nei giardini delle  zone  climatiche miti si possono creare aiuole di piante succulente, ambientate con ghiaietto e sassi così da creare un insieme esteticamente armonioso ed insolito.

Contenitori. Si utilizzano vasi di materiale e di misure adeguate, meglio quelli di terracotta, sia per ragioni estetiche sia perché permettono traspirazione e riciclo di aria all’interno del substrato. I contenitori di plastica sono molto pratici per la loro leggerezza e per la facilità di pulizia. 

Malattie. Tra le malattie più comuni ci sono i marciumi di origine crittogamica, dovuti a pratiche errate durante le annaffiature. Se si verifica marciume al colletto si può recuperare la pianta trasformandola in talee, eliminando la parte malata ed utilizzando la restante secondo le modalità sopra descritte. Vi sono anche insetti che a volte recano seri danni: cocciniglie cotonose e ragnetti rossi che vanno trattati con prodotti specifici. 

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