ITALIA – TOSCANA Il Chianti d’autunno

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Un paesaggio variato e piacevole con un continuo susseguirsi di vigneti, campi di olivi e boschi.

 Il Chianti, famoso innanzitutto per il suo vino, è una piccola regione geografica omogenea e definita posta nel cuore della collina toscana, a cavallo tra le provincie di Firenze e Siena e possiede un paesaggio straordinario, variato e piacevole, tra i più apprezzati al mondo. Un paesaggio dal carattere aspro e generoso che, seppur si ripete nelle sue linee generali, con un alternarsi continuo di boschi, vigneti e campi di olivi, non è mai uguale a se stesso. Nel Chianti ogni scorcio è un quadro unico curato nei particolari, è un paesaggio, per così dire, fatto a mano, con la vanga e col bidente, da innumerevoli generazioni di uomini. Questo è il paesaggio agrario della toscana mezzadrile, con le sue geometrie campestri, con la più o meno fitta maglia di filari alberati e della vite maritata al “chioppo” (Acer campestre), delle case coloniche e della coltura promiscua, dei terrazzamenti e dei muri a secco, delle viottole e dei fossi di scolo ai bordi degli appezzamenti. Il Chianti non è un ambiente naturale, è una zona collinare fatta di terreni poveri e pietrosi, decisamente sfavorevole all’agricoltura, che intere famiglie di contadini, nel corso di molti secoli con la sola forza delle braccia, sono riuscite a domare.

 

Questa terra però è fatta anche di boschi, di pregevoli e vigorose selve caducifogle che, concentrate soprattutto nelle valli e nei versanti più impervi, oppure sulla cima dei monti, occupano quasi la metà dell’intero territorio. Nel complesso si tratta di boschi dall’apparenza selvatica, indubbiamente folti e disordinati, costituiti da pochi grandi alberi e un denso sottobosco formato dalle ceppe delle piante abbattute, sulle quali si affollano i ricacci nati dopo il taglio; aspetto che corrisponde, nonostante tutto, a una specifica forma di governo e precise esigenze produttive. In passato, infatti, quando il bosco era parte integrante dell’economia del podere e l’uno e l’altro dovevano fornire tutto ciò che era necessario per la sopravvivenza della famiglia, anche la sua gestione doveva essere indirizzata verso la massima diversificazione possibile dei prodotti. E così come nel campo erano allevati in colture promiscue la vite, l’olivo e differenti colture erbacee, dai cereali fino alle leguminose e gli ortaggi; al bosco era richiesto di fornire tutta una serie di prodotti complementari. La legna da ardere, soprattutto, ma anche il legname da opera, il legno per la piccola carpenteria, i pali per la vigna, il carbone, la fascina per i forni e le fornaci, la lettiera per la stalla e la frasca da seccare e alimentare in inverno il bestiame, oltre che sostenere direttamente il pascolo degli animali, altra voce molto importante nel bilancio della famiglia rurale chiantigiana. Ogni azienda, infatti, aveva a disposizione dieci o quindici pecore, fonte essenziale di latte, lana e carne, e quattro o cinque maiali, della caratteristica razza “cinta senese”, tenuti tipicamente allo stato semibrado. La forma di allevamento del bosco era, dunque, il “ceduo composto” un modello di gestione forestale piuttosto complesso nel quale si riconoscono chiaramente due piani distinti: uno inferiore tagliato a intervalli più o meno brevi (ceduo), generalmente ogni dieci anni, e uno superiore costituito dalla fustaia, con grandi alberi di età differente (matricine), deputati essenzialmente alla produzione del seme che poi dovrà servire alla rinnovazione del bosco o, come avveniva nel Chianti, per l’alimentazione dei maiali.

 

Le protagoniste incontrastate dei boschi chiantigiani sono le querce caducifogle e, in particolare, tra queste predominano innanzitutto la roverella (Quercus pubescnes) e il cerro (Quercus cerris), che da sole caratterizzano la quasi totalità dei boschi. Il primo è un albero molto rustico, insensibile al gelo in inverno e alla siccità in estate, capace di vegetare sui terreni più poveri e, nonostante ciò, in condizioni favorevoli, può arrivare a vivere anche diverse centinaia di anni e, di conseguenza, raggiungere dimensioni ragguardevoli. Nel Chianti, la roverella, sebbene sia utilizzata comunemente nel piano inferiore governato a ceduo, dove risponde prontamente con vigorosi ricacci, è sempre stata la pianta preferita nella costituzione della fustaia e questo perché produce un’abbondante e ottima ghianda, alimento molto apprezzato dai maiali al pascolo. Il cerro, invece, è una specie un po’ più esigente, ama i terreni più fertili e il clima non troppo secco, ma risponde altrettanto bene ai tagli, forse ancor meglio della roverella, e probabilmente per questo, nel bosco chiantigiano, è stata da sempre relegata, assieme a tutte le specie non quercine, nel piano del ceduo anche in virtù del fatto che la sua ghianda, ricca di tannini e quindi di gusto amaro, non è molto gradita dagli animali.

 

 

Le querce sono, dunque, le specie dominanti ma non gli unici alberi qui presenti, numerose sono le essenze forestali che arricchiscono la diversità dei boschi, anche questo un valore aggiunto che contribuisce a incrementare quella caratteristica varietà di ambienti, pregio indiscusso del paesaggio chiantigiano. Si può ricordare, ad esempio, il carpino nero (Ostrya carpinifolia), che assume una certa rilevanza nei versanti calcarei e umidi, come pure l’immancabile orniello (Fraxinus ornus) assieme al sorbo domestico (Sorbus domestica) e l’acero campestre (Acer campestre), ma anche il castagno (Castanea sativa), il ciliegio (Prunus avium), il ciavardello (Sorbus torminalis), l’acero minore (Acer monspessulanum) e molte altre ne potremmo aggiungere. Una diversità che è possibile apprezzare al meglio solo con l’arrivo dell’autunno quando, assieme ai primi freddi, inizia lo straordinario spettacolo dell’arrossarsi delle foglie, con la clorofilla che si decompone e quindi scompare mostrando i colori propri di ogni specie. Questo è il periodo più bello per ammirare il Chianti, il bosco soprattutto, ma anche l’intero paesaggio diventa una splendida tavolozza di colori. Dalle diverse tonalità ocra delle querce, al giallo brillante degli aceri o quello aranciato dei sorbi, dal rosso vivace dei ciliegi al vinaccia sporco dell’orniello.

 

Il Chianti è un paesaggio complesso e molto delicato, espressione di un periodo socio economico ben preciso. È un paesaggio che oggi rischia di svanire banalizzato nel diverso assetto dell’azienda agricola, sempre più concentrata sulla monocoltura della vite. È un paesaggio che si sta disgregando incalzato dai mezzi meccanici, che cancellano in poche ore di lavoro l’immane fatica di tante generazioni. Così come la varietà si dissolve nel taglio dei boschi abbattuti solo su logiche estrattive, dove lo speculatore di turno prende ciò che serve senza curarsi del dopo, senza una gestione razionale nel tempo.

Il Chianti, quello vero, forse non c’è più e probabilmente sarebbe solo un’ipocrisia pretendere il contrario. Il paesaggio non è un museo che congela il tempo e lo spazio, è un elemento vivo che rispecchia la nostra epoca.

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