ITALIA – ABRUZZO Campo Imperatore

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Il celebre alpinista Folco Maraini, poliedrico scrittore e fotografo, autore di pagine straordinarie sulla montagna Hymaliana, ha definito l’altopiano di Campo Imperatore un piccolo scorcio di Tibet. Questo luogo dai panorami meravigliosi ricordava all’esperto orientalista la sconfinata pianura di Phari Dzong, a quattromiladuecento metri di quota, sulla via tra l’India e Lhasa, uno dei paesaggi più belli di quell’Asia che tanto lui aveva amato. Campo Imperatore è uno dei luoghi più suggestivi dell’Appennino, capace di offrire scenari ed emozioni differenti ad ogni stagione: bianco ed immobile in inverno, con la neve che lo copre per intero e brulicante di vita in estate, con i prati verdi, gli animali al pascolo ed i fiori che riempiono la valle di un’infinità di colori.

 

Campo Imperatore è un’immensa depressione carsica, la più grande d’Europa. E’ un’ampia vallata pianeggiante lunga circa ventisei chilometri e larga approssimativamente sette, costituita da declivi e pianori che si alternano a formare un paesaggio unico, modellato nel corso di migliaia d’anni da un grande lago glaciale. L’altopiano, posto ad una quota media di milleottocento metri, si trova nel cuore del Gran Sasso d’Italia ed è circondato da cime molto importanti, tra cui spicca il Corno Grande, che con i suoi duemilanovecentododici metri di quota rappresenta la vetta più alta della penisola italiana. L’unica dell’Europa meridionale che conserva ancora un vero e proprio ghiacciaio.

 

In passato, probabilmente fin dal medioevo se non addirittura in epoca anteriore, la valle era un’importante area di pascolo e una via di transito per la transumanza del bestiame, soprattutto greggi di pecore, che i pastori percorrevano per condurre gli animali alle distese erbose del Tavoliere delle Puglie. Cronache del XVI secolo raccontano che, da metà maggio fino alla fine di luglio, potevano sostare nell’area anche sessanta o settanta mila pecore al pascolo, altre a cavalli e bovini. Una vera e propria “via della lana” la cui importanza economica è sottolineata anche dalle numerose fortificazioni che sono poste a protezione del territorio, come Rocca Calascio, e l’interesse che la famiglia Medici, i potenti signori fiorentini, mostrò per questo territorio con l’acquisto di terre e feudi. A Santo Stefano di Sessanio, uno dei borghi più belli della zona, lo stemma mediceo accoglie ancora i turisti all’ingresso del paese.

 

Oggi Campo Imperatore è un’importante stazione sciistica, una delle più rinomate dell’Appennino, possiede quindici chilometri di piste per lo sci alpino e sessanta chilometri per lo sci di fondo. Mentre nel periodo estivo offre un’infinità di percorsi escursionistici da fare a piedi, in mountain bike oppure a cavallo. In particolare ospita la più lunga ippovia del nostro paese, uno dei più grandi osservatori astronomici d’Italia e, per chi ama le piante, un piccolo giardino botanico dedicato alle specie autoctone dell’Appennino Centrale.

 

L’aspetto più rilevante della flora del Gran Sasso è rappresentato dalla vegetazione rupicola che popola i ghiaioni, le cenge e le fessure rocciose alle quote più elevate. Ne sono un esempio gli eleganti papaveri alpini (Papaver degenii e Papaver julicum) che vivono nella sella tra i due Corni, lungo il crinale del Monte Portella e sulle pendici del Corno Grande, oppure la rara stella alpina dell’Appennino (Leontopodium nivale) o anche il genepì (Artemisia umbelliformis subsp. eriantha). Questa varietà di artemisia è reperibile esclusivamente nella Maiella, sui Monti Sibillini e appunto nel Gran Sasso dove si insedia sui pendii esposti a nord, soprattutto in prossimità delle creste rocciose oltre i duemilacinquecento metri di quota. Il genepì è un’erba dalle proprietà aromatiche utilizzata nella preparazione artigianale di liquori e proprio a causa della raccolta che viene fatta, in alcuni casi eccessiva, corre il rischio di scomparire. Le piante che popolano l’ambiente montano più estremo sono costituite in massima parte dai così detti “relitti glaciali”, vale a dire da specie botaniche la cui origine è da mettere in relazione con le regioni fredde del nord Europa. Queste essenze vegetali migrarono verso sud in conseguenza delle glaciazioni ed oggi, che i ghiacci si sono ritirati a latitudini più settentrionali, vivono accantonate in stazioni di rifugio isolate sulle cime dei monti più alti, dove trovano le condizioni necessarie alla loro sopravvivenza.

 

Tutto il comprensorio del Gran Sasso è un paradiso di fiori rari, un luna park per botanici in cerca di emozioni. Questo prezioso gioiello dell’Appennino ospita endemismi, relitti e specie uniche, ma tutto questo non sarebbe niente senza le spettacolari fioriture che in primavera ed estate accendono di colori, sempre differenti, le infinite praterie di Campo Imperatore. Lo scenario è uno dei più suggestivi. Non appena la neve si scioglie spuntano impazienti i primi crochi (Crocus albiflorus), il bulbo ha trascorso l’inverno a riposo nel terreno ed adesso non chiede altro che di germogliare. All’inizio emerge qualche corolla qua e la, alcuni fiori fanno capolino tra la neve che a chiazze ingombra ancora il suolo, poi diventano sempre di più, germogliano in gruppi, invadono il terreno libero e alla fine esplodono come una valanga a decine e decine di migliaia fino a ricoprire interamente il suolo. Qualcuno è bianco, altri sono rosati o più spesso violetti e li accompagna un numero altrettanto grande di Scilla bifolia, insieme a qualche sparsa gagea (Gagea fistulosa) di colore giallo.

 

La stagione avanza e con il crescere della temperatura tutto diventa verde, in maggio i prati raggiungono il massimo del loro vigore e la maggior parte delle piante comincia a fiorire. Ecco che sbocciano il timo, i trifogli, i ranuncoli, gli anemoni, le pulsatille, le genziane e non mancano specie inusuali come la Valeriana tuberosa o le orchidee spontanee. In un solo metro quadrato di prateria si può arrivare a contare decine e decine di specie differenti. Mentre gli affioramenti rocciosi accolgono androsace, borracine, semprevivi e rare sassifraghe. Tra le numerose specie endemiche che fanno parte di questo ecosistema si può ricordare Cynoglossum magellense, Saxifraga porophylla e l’impareggiabile Viola eugeniae subsp. eugeniae. Una violetta esclusiva dell’Appennino centrale che può avere fiori indifferentemente di colore giallo oppure violetto con la gola gialla. Quest’erba dal portamento minuto ma dalle doti insospettabili è in grado, con la sua esuberante fioritura, di ricoprire prati interi per chilometri e chilometri dando vita ad un altro degli spettacoli più belli offerti da questo altopiano.

 

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