ITALIA – PIEMONTE Casa Lajolo a Piossasco nel torinese

di

  • Condividi

Il calesse si avvia con gemiti leggeri lungo la strada in salita che porta al borgo di S.Vito, vetusto grumo urbano (con annesso castello medievale e chiesa di matrice romanica) appeso ai piedi del Monte San Giorgio. Gli zoccoli battono secchi e rapidi sul selciato premuto dai muri delle case, finché, al fondo d’un vicolo, ristanno all’improvviso: segno che siamo arrivati. Dei proprietari non so nulla, salvo quanto ho raccolto dabbasso alla locanda: essi sono qui in villeggiatura, in questa proprietà settecentesca ereditata dai cugini Chialamberto qualche lustro fa, e mi hanno chiamato per un consulto.
Mi appendo con forza all’asta del campanello e, intanto, passo in rassegna il portone austero, sormontato da una lunetta con lo stemma comitale: lo scudo coi sei ramarri (laieul in dialetto) aggiunge qualche timida informazione sull’origine astigiana della famiglia. Rumore di passi e ansimare di cani: il battente disegna un arco di cerchio sulla ghiaia e sono dentro.
Quale struggente e severa bellezza! Quale sorpresa! Non ho occhi che per il giardino, di cui nulla da fuori si indovina, celato com’è dalle alte mura, anzi negato dagli stessi angusti spazi del borgo, che, certo, non lasciano presagire siffatta corte interna così sapientemente disegnata, così arditamente protesa sulla valle e sulla pianura.

Bravo questo giardiniere-paesaggista e di solido mestiere! Ha sfruttato nel modo migliore la naturale pendenza del terreno e vi ha intagliato tre terrazze lievemente digradanti (di forma e dimensioni diverse), sostenendole con leggeri muretti a secco, e congiungendole con semplici, comodi, scalini in pietra; ha poi ridisegnato l’intero appezzamento portandolo in asse con la facciata della villa, e così facendo ha ritagliato ed escluso tutto quanto risultava geometricamente irregolare, tutte le appendici catastali fatte di angoli ottusi, di rientranze e di penisole: son poi state impiegate per gli ambienti di servizio e le pertinenze rustiche, per i passaggi segreti e per il boschetto romantico.
Deve avere anche solide letture, questo progettista, se può offrirmi una perfetta sintesi del giardino letterario medievale e umanistico: un giardino fatto di chiusure protettive e di pace agreste, di seduzione e di sollecitazione dei sensi (fiori odorosi, dolci frutti, pergole ombrose, fonti ristoratrici, e melodiosi gorgheggi tra le fronde); e, nondimeno, deve possedere un affinato senso dello spazio e delle proporzioni, se può gestire il luogo con tanta rinascimentale destrezza, sì da suddividerlo in quattro quadranti regolari, sì da individuare un asse prospettico principale e impreziosirlo ad inizio e fine con oculati rinforzi visivi; sì, ancora, da creare per l’occhio un suadente gioco di rimandi dal giardino al paesaggio, dall’àmbito concluso del chiostro, al piano infinito dell’orizzonte.

La prima terrazza è attigua alla villa e lasciata parzialmente libera per l’andirivieni delle carrozze: su un lato esili palme (Trachycarpus fortunei), come colonne sottili, ritmano la vista verso il parterre sottostante, mentre sull’altro lato una teoria di agrumi in vaso porta il verde sino a ridosso dell’edificio e sottolinea prospetticamente un alto e singolare tasso scolpito.
La seconda terrazza, posta leggermente più in basso, cattura subito l’attenzione con le sue geometrie rarefatte e con le sue armoniose proporzioni: il parterre disegnato dal bosso (Buxus sempervirens ‘Suffruticosa’) è il cuore, l’anima, e l’essenza del giardino, pur nella sobrietà, direi quasi nella severità, dell’impianto. Lo sguardo scivola lungo l’asse centrale enfatizzato da giochi di linee giustapposte, sosta in prossimità del pozzo protetto da una semplice balaustra (situato esattamente al centro dei quattro quadranti), ed è attratto, infine, dalle monumentali sedute di verzura che segnano la transizione al livello successivo (occupato dal frutteto familiare); forse unico divertissement in tanto rarefatta misura, queste poltrone scolpite nel bosso sono esempi significativi di arte topiaria e, certo, costituiscono del giardino stesso un tratto distintivo e una singolare peculiarità.
La terza terrazza, di forma più irregolare rispetto alle prime due, ospita il frutteto familiare; qui scopriamo tutte le stagionali prelibatezze per la tavola: ciliegie, ribes, lamponi, pesche, pere, susine, fichi, uva. Le piante sono ordinatamente disposte in quinconce e separate da un sentiero centrale, bordato da Stachys byzantina, che idealmente prolunga il principale asse prospettico del parterre superiore; questo sentiero termina in una pergola rustica che chiude la prospettiva sul giardino, aprendo nel contempo la vista sul paesaggio circostante. Ancora più sotto troviamo l’orto, cinto tutt’attorno da muri, e la parte più propriamente agricola della proprietà.
Il grande parterre è delimitato a levante da una spessa e scura siepe di tasso, che fornisce non solo materia per una corretta riquadratura, ma anche (con i suoi varchi aperti in corrispondenza degli assi secondari) novelle occasioni d’attrattiva. Al di là dell’altissima siepe, infatti, ci attende un piccolo bosco incantato, uno spazio informale popolato di tassi, conifere e un solitario dinoccolato noce nero, mentre ghirigori di convallaria (Ophiopogon japonicus) e Iris foetidissima guidano i nostri passi dalla penombra odorosa di resina alla solarità delle terrazze. Qualche peonia, viburni e lillà, magnolie, e una ricca bordura di ortensie apportano occasionalmente colori e vibrazioni nella geometrica partitura dei sempreverdi.

Il tempo scorre veloce in un luogo tanto ameno e la mia giornata di visita volge al termine: cerco con gli occhi, ripetutamente, il magistrale artefice di tale incanto, questo abile giardiniere, ma, per un curioso gioco del caso, non mi è dato di incontrarlo, né lo incontrerò mai, nonostante le numerose occasioni che in seguito mi riporteranno a Casa Lajolo.
Apprenderò, dopo molti anni, che il giardino, come tutte le cose vive, è andato incontro a nuove introduzioni e modifiche: le prime legate alla moda delle palme, dei cedri, del Pinus pinea, le seconde legate a talune perdite (qualche Picea abies rosicchiata dal bostrico, qualche bosso finito dalla tracheomicosi). Ho ragione di credere, tuttavia, che esso sia rimasto sostanzialmente identico a come lo vidi quella prima volta, nel giugno del 1889…

Il giardino di Casa Lajolo si è mantenuto quasi intatto nel tempo grazie all’amore e alle cure dei discendenti della famiglia, e grazie al lavoro dei giardinieri che, nel corso degli anni, ne hanno retto le sorti. Partner ADSI (Associazione Dimore Storiche Italiane) è stato recentemente inserito dal FAI tra i beni da scoprire in Piemonte. Visita gratuita riservata ai soci FAI previa richiesta telefonica o via e-mail:

Casa Lajolo

Logos Publishing Srl - P.IVA e C.F. 02313240364 - REA Modena No. 281025 - C.S. 42.200 Euro
strada Curtatona n.5/2, 41126 Modena (MO), Italia