ITALIA – LAZIO Bomarzo nel viterbese

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Sorpresa e meraviglia, tra gioco e spettacolo
Il giardino, si è soliti leggere in tutti i manuali, è finzione perché ricrea in uno spazio ristretto una realtà che in natura non esiste e non lo potrebbe nemmeno, in molti casi, a livello potenziale. Anche quando il giardino vuole assumere una veste “naturale”, romantica, o paesaggistica sottintende uno studio di progettazione attento per ricreare quel verosimile che incanta.
Bomarzo, se lo si considera un giardino, e altro non potrebbe essere perché è anche oggi un luogo di meraviglia e di delizia, porta all’iperbole la finzione, così in alto che le sue creazioni diventano ai nostri occhi vive, giustificabili e giustificate. Questa sensazione si impadronisce di noi un poco alla volta percorrendo il giardino, e se all’inizio la perplessità è forte e il distacco che esiste fra il nostro sentire e quello degli ideatori sembra abissale, quando si arriva alla “casa inclinata” ci si arrampica per il piano in salita fino ad affacciarsi al davanzale, divertiti, meravigliati, coinvolti. Da stranezza Bomarzo diventa un piacevole ricordo, un’esperienza unica che nessun altro giardino può regalarci. Perché qui è lo spettacolo a far da padrone in una cornice splendida, di verde e di bosco, bordata da un ruscello umido di felci, come se fossero le quinte di un teatro, ma sempre spettacolo.

Chi, quando, e forse perché
Pier Francesco Orsini, chiamato da tutti Vicino Orsini, nasce nel 1523 e dopo aver intrapreso la carriera militare la abbandona improvvisamente all’età di 35 anni e si ritira con la seconda moglie Giulia Farnese a Bomarzo. Si appassiona allo studio dei classici e inizia a progettare il giardino che il popolo nel tempo indicherà come “il parco dei mostri”.
L’esposizione di quali ragioni spinsero il nobile a imbarcarsi un tale progetto e quali significati segreti il parco sottende, se mai esistono, possono solo essere interpretazioni e teorie perché mancano scritti storici certi in proposito. E’ possibile che le varie teorie, dall’alchemico all’esoterico, siano in realtà vuoti simulacri e che a motivare il principe fosse solo il gusto personale e il desiderio di spingere al massimo quello che era un gusto dell’epoca, a tal punto di fare del suo giardino un archetipo che a molti è stato poi d’ispirazione.
Ad aiutarlo nel passaggio dall’idea alla realtà fu chiamato l’architetto Pirro Ligorio che dal 1552 affiancò il principe Orsini. Già progettista di Villa d’Este a Tivoli, l’architetto è noto come successore di Michelangelo nella realizzazione di San Pietro a Roma.
Degli scultori che hanno ricavato le grandi statue dai blocchi della locale roccia grigia, che affondano nel terreno, il peperino, poco o nulla sappiamo.
Molti indicano in alcune frasi scolpite nella roccia le ragioni vere del giardino, ma sopra tutte ricordano che forse il giardino fu realizzato “Sol per sfogare il core”.
La morte dell’amata moglie Giulia durante la costruzione del giardino, nel 1560, di certo lasciò il suo segno, e fu a lei che l’intera opera, con la costruzione più tarda del tempietto, sembra essere dedicata.
Dopo la morte del principe nel 1585, Bomarzo, fu abbandonato e il bosco si riprese il giardino inglobandolo nella sua crescita, facendone un luogo magico noto come “il bosco sacro”, e a questo periodo devono essere fatti risalire alcuni atti predatori come l’asportazione della testa del cane che veglia la ninfa dormiente.
Solo nel 1994 la famiglia Bettini acquista il bene e ne inizia la gigantesca opera di recupero e di restauro.

Meraviglia e particolare
La meraviglia, se questo era lo scopo dei creatori, è di sicuro raggiunta, ma prestiamo attenzione perché la visita per essere apprezzata richiede tempo e non si può ridurre a una veloce carrellata di immagini come si potesse sfogliare una rivista. Il giardino è una miniera di particolari, ogni gruppo ne svela diversi se osservato con attenzione. Prendiamoci il tempo necessario e godiamo della frescura del bosco, del gioco di mezze luci che creano le fronde degli alberi, assaporiamo l’aria umida e pulita, e il silenzio, perché oltre ai visitatori altro non si sente. Apprezziamo la maestria con cui anonimi artigiani, cui varrebbe l’appellativo in non pochi casi di artisti, hanno modellato la pietra. Il fine disegno geometrico, la sinuosità delle forme anche quando gigantesche come le dita della ninfa dormiente, la dinamicità dell’azione nell’elefante turrito che avanza. E godiamoci, acquistando una guida, le storie mitologiche. Immaginiamo di essere soli e che questo sia nostro, il mondo dei sogni che abbiamo desiderato ed evocato.
Il tempo, che pur ha rovinato in parte le statue, le ha incrostate di licheni, ha fatto crescere gli alberi in modo libero così che non importa se un ramo si protende all’interno di uno scatto fotografico, non può aver tolto nulla al fascino iniziale di questo luogo.

L’ingresso e le prime statue
L’ingresso dove oggi si accede al giardino è di nuova fattura, seppure plausibile, e forse un tempo il percorso iniziava più a valle dove si trova la Casetta pendente.
Incontriamo diverse sculture con grandi volti, così come era nei templi greci, e le sfingi prese a modello di custodi dalla cultura egiziana e dal mito di Tebe. Non pongono un indovinello ai viandanti ma un quesito importante “Chi con ciglia inarcate et labbra strette non va per questo loco manco ammira le famose del mondo moli sette”, a significare che la meraviglia è solo di chi riesce a scoprirla e conquistarla. La seconda aggiunge “Tu ch’entri qua pon mente parte a parte e dimmi poi se tante meraviglie sien fatte per l’inganno o pur per arte”, ributtando in mare un’interpretazione certa delle finalità del progetto, che gli stessi autori volevano lasciare sospesa.
Chiude lo scorcio, il grande Proteo che vediamo in lontananza di là di un prato verde, incassato nel fianco della collina, reca sul capo un globo e i simboli del casato degli Orsini, meraviglia e non paura anche se le fauci sono spalancate, e dopo la presenza silenziosa e inquietante delle sfingi ecco di nuovo il gioco.

Ercole, la Tartaruga e il Pegaso
Si scende lungo gli scalini di pietra ed ecco nel bosco emergere la potenza di Ercole un attimo prima di squartare Cato che gli aveva sottratto con l’astuzia parte dei buoi presi a Gerione. Il gruppo, visto in lontananza e dal basso, conferma gli intenti con cui è stato composto: potenza, forza, ed emotività.
Poco più a valle ecco il grande gruppo della Tartaruga che è possibile ammirare solo di fianco e di tre quarti senza disporre di una visione di fronte, posto com’è oltre un fossato. Il significato simbolico è forte: la tartaruga ha di fronte a sé un mostro marino dalle fauci spalancate a simboleggiare il pericolo, ma è proprio grazie alla prudenza che l’animale da sempre rappresenta in tutte le culture e all’intervento della vittoria alata che si posa alla sommità del carapace, segno di tempestività, che si possono sfuggire le insidie. Un monito che coniuga in sé gli opposti ma che mai è stato smentito.
A seguire il Pegaso alato pronto a spiccare il volo per annunziare la vittoria. Il cavallo alato da sempre è uno dei simboli più amati, basti pensare come dall’antichità sia trasmigrato senza grandi mutamenti all’epica di ambientazione medioevale.

Verso la Casetta pendente
Come ormai fossimo entrati a far parte di un altro mondo dove non esiste una netta divisione tra reale e fantastico, ma il mito è parte dei giorni, incontriamo il ninfeo con le tre Grazie che il tempo ha in parte rovinato ma capaci di richiamare immagini del rinascimento per la posa e le forme giunoniche. E’ possibile fermarsi in splendide sedute adornate di delfini, simbolo di amicizia, devozione e amore, maschere allegoriche sparse a terra, nicchie dove albergano stature come la Venere virile, così chiamata dal Ligorio per una prestanza che ne rivela il carattere combattente seppure emerga, classico dei classici, da una conchiglia. E così via fino ad arrivare al teatro.
La Casetta pendente, vera meraviglia, costruita su una lastra di sasso inclinata, sovverte le regole di sempre, la perpendicolarità al terreno, pur mantenendo invariata la struttura di riferimento, le pareti sono fra loro in squadro.

Sul grande prato
Salendo si accede a quello che potrebbe essere definito il cuore del parco perché è qui che sono accolte il maggior numero di gruppi scultorei.
Il grande Nettuno dall’espressione fiera, il Drago attaccato dalle belve, un cane, un lupo e un leone, l’Echidna con busto di donna e corpo di serpente, madre di tutti i mostri della mitologia, dalle Arpie al drago di Colchide a bada del vello d’oro, dal Cerbero all’Idra, per terminare con la Chimera, la ninfa dormiente sorvegliata da un cane fedele, e la stanza dell’Orco con tavolo e sedute interne che oggi porta scritto all’ingresso “Ogni pensiero vola” in luogo dell’originale “Lasciate ogni speranza voi ch’intrate”.
Sopra tutti, non per mole, non per posizione centrale, spicca l’elefante turrito, omaggio ad Annibale e alle sue mirabolanti imprese. L’animale nella sua corsa verso la battaglia porta, fra la proboscide e le zanne, un legionario esanime.

Commiato
Il nostro itinerario termina al tempietto, costruito successivamente, in onore della moglie le cui spoglie forse riposarono qui. E’ di nuovo un luogo d’uomini e il bosco alle nostre spalle resta un mondo a parte, un viaggio che vale la pena di essere fatto, anche se non abbiamo incontrato esemplari secolari, piante rare o sapienti composizioni che esaltano i colori delle fioriture. Il fascino e la magia, e, importante allo stesso modo, la nostra capacità a metterci in ascolto, quelli si.

Come arrivare al giardino
Il parco dei mostri si trova a Bomarzo, in provincia di Viterbo, in località Giardino. Una volta arrivati al paese, che si attraversa, si trovano chiare indicazioni che permettono di arrivare agevolmente al grande parcheggio.
Il giardino è aperto tutti i giorni dalle 8.30 del mattino alle 19.00 dal primo aprile a fine ottobre, fino al tramonto nella restante parte dell’anno.
L’ingresso agli animali non è consentito.
Uscite autostrada consigliate Orta venendo da Sud, oppure Attigliano in entrambe le direzioni.

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